Perché in vacanza viviamo benissimo con un decimo delle nostre cose?

Negli ultimi anni mi è capitato di viaggiare parecchio. A volte per lavoro, altre per vacanza.

E c’è una cosa che, nonostante l’esperienza, continua a sorprendermi.

Ogni volta preparo la valigia pensando di aver imparato la lezione dal viaggio precedente.

“Questa volta porto solo quello che mi serve davvero.”

E invece, puntualmente, succede la stessa cosa.

 

Diciamo che almeno non devo più saltare sulla valigia per chiuderla…

Ma comunque torno a casa e mi accorgo che metà dei vestiti non li ho nemmeno sfiorati.

 

Alcune magliette tornano piegate esattamente come erano partite.

Alcuni pantaloni non escono nemmeno dalla valigia.

E, alla fine, mi ritrovo a usare sempre gli stessi quattro o cinque capi.

Ogni volta mi prometto che il viaggio successivo sarà diverso.

E ogni volta… porto comunque troppo.

A quel punto mi viene sempre da sorridere.

Se riesco a stare benissimo due settimane con una manciata di vestiti e pochi oggetti, perché a casa sento il bisogno di averne centinaia?

 

È una domanda che sembra riguardare soltanto una valigia.

In realtà, forse, riguarda il nostro modo di abitare.

 

Una casa intera dentro una valigia

Pensiamoci.

A casa abbiamo armadi, cassettiere, scarpiere, mobili, ripostigli.

Qualcuno ha anche cantina, solaio e box.

E dentro ci sono le nostre cose.

Tantissime cose.

Poi andiamo in vacanza e improvvisamente tutta la nostra vita materiale entra nel bagagliaio di una macchina.

Qualche vestito.

Un paio di scarpe.

Il caricabatterie.

Il necessario per lavarci.

Qualche medicina.

Il telefono.

Fine.

E viviamo.

Non solo viviamo: spesso stiamo benissimo.

Spesso l’appartamento nel quale soggiorniamo è molto più piccolo di casa nostra.

L’armadio ha sei grucce.

In cucina ci sono quattro piatti, quattro bicchieri e una quantità di utensili che a casa nostra considereremmo insufficiente persino per preparare un uovo.

Eppure ce la facciamo.

Non sentiamo il bisogno di comprare un’altra credenza.

Non ci domandiamo dove mettere il servizio buono.

Non abbiamo bisogno di una seconda scarpiera.

È curioso.

Poi torniamo a casa

Apriamo l’armadio.

Ed eccolo lì: il mondo. Vestiti che non mettiamo da anni.

Quella camicia che prima o poi tornerà di moda. Quel paio di pantaloni che conserviamo perché magari perdo cinque chili.

La scatola con dentro i cavi (tutti abbiamo una scatola con dentro i cavi…)

Cavi di apparecchi che probabilmente non possediamo più, ma che non possiamo buttare perché non si sa mai.

E poi manuali di istruzioni, vecchi telefoni, bomboniere, piatti spaiati, asciugamani, fotografie, libri, documenti, caricabatterie, piccoli elettrodomestici.

Oggetti dei quali spesso ci eravamo completamente dimenticati fino al momento in cui li abbiamo ritrovati.

E lì nasce una domanda inevitabile:

Se posso vivere due settimane senza tutte queste cose, perché le possiedo?

La risposta facile sarebbe: perché abbiamo troppe cose

Ma credo sia un po’ troppo semplice.

Perché le nostre cose non servono soltanto.

Raccontano.

Una vecchia macchina fotografica magari non la utilizzeremo mai più.

Ma è quella con cui abbiamo fotografato nostro figlio quando era piccolo.

Quel servizio di piatti non lo tiriamo fuori da quindici anni.

Ma era di nostra madre e magari anche della sua…

Quella maglietta non la metteremo mai più, e lo sappiamo perfettamente.

Ma è il ricordo di quella serata folle a Platja d’Aro… o appartiene a un periodo della nostra vita che non vogliamo buttare insieme alla maglietta.

Forse è questo il motivo per cui facciamo così fatica a liberarci degli oggetti.

Perché molto spesso non stiamo decidendo se buttare una cosa.

Stiamo decidendo cosa fare di un ricordo.

E sono due decisioni molto diverse.

Ma non tutto è un ricordo

Diciamocelo.

La prolunga elettrica rotta dal 2013 probabilmente non rappresenta un momento fondamentale della nostra esistenza.

E nemmeno i tre mestoli praticamente identici nel secondo cassetto della cucina.

Molte cose rimangono semplicemente perché abbiamo spazio per tenerle.

O perché buttarle richiede una decisione.

E conservare, invece, è molto meno faticoso, non richiede quasi nulla.

“Lo metto qui, poi vediamo.”

Il problema è che quel “poi vediamo” può durare vent’anni.

E così gli oggetti si accumulano.

Prima nei mobili.

Poi sopra i mobili.

Poi nel ripostiglio.

Poi in cantina.

E a un certo punto pronunciamo una frase che, nel mio lavoro, ho sentito parecchie volte:

 

“Questa casa è diventata troppo piccola.”

 

Qualche volta è assolutamente vero.

La famiglia cresce. Cambiano le esigenze. Serve una stanza in più.

Ma qualche altra volta mi viene da pensare:

Ok, è diventata piccola la casa?

O sono diventate troppe le cose?

 

La vacanza fa un esperimento al posto nostro

La cosa divertente è che probabilmente nessuno di noi accetterebbe volentieri una sfida del tipo:

“Da domani, per quindici giorni, utilizza soltanto quello che riesci a mettere dentro una valigia.”

Ci sembrerebbe assurdo.

Poi arrivano le ferie e lo facciamo spontaneamente.

E scopriamo qualcosa.

Che per stare bene abbiamo bisogno di molto meno di quanto pensiamo.

Attenzione: questo non significa che dovremmo tornare dalle vacanze, prendere cinque sacchi neri e svuotare casa.

Io probabilmente sarei il primo ad avere qualche difficoltà (anzi molto probabilmente diventerò un accumulatore seriale… XD)

Significa però che la vacanza ci mostra involontariamente la differenza tra due cose che nella vita quotidiana tendiamo a confondere:

quello che possediamo e quello di cui abbiamo bisogno.

Non sono la stessa cosa.

Però c’è un’altra stranezza

In vacanza non abbiamo soltanto meno oggetti.

Abbiamo anche meno scelta.

A casa apriamo l’armadio e possiamo scegliere tra decine di cose.

In vacanza ne abbiamo cinque.

E paradossalmente la scelta diventa semplicissima.

Prendiamo quella.

A casa abbiamo librerie piene di libri che vorremmo leggere.

In vacanza ne portiamo uno.

E magari finalmente lo leggiamo.

Abbiamo decine di film e serie a disposizione.

Poi però trascorriamo una sera seduti fuori a parlare.

Abbiamo meno.

Ma quel meno, qualche volta, ci lascia più spazio.

Non necessariamente spazio fisico.

Spazio nella testa.

Forse è questa la cosa che dovremmo riportare a casa

Non il minimalismo.

Non credo che dovremmo vivere tutti in appartamenti bianchi con un tavolo, quattro sedie e una pianta perfettamente posizionata nell’angolo.

Le case vere sono fatte anche di cose.

Di libri accatastati, di fotografie, di disegni dei bambini, di quella tazza che non c’entra niente con le altre ma che continuiamo a usare  e che è la nostra preferita, di oggetti inutili che per noi inutili non sono affatto.

Ed è bello così.

Forse, però, ogni tanto potremmo guardare quello che abbiamo intorno e farci una domanda molto semplice:

“Se partissi domani, questa cosa mi mancherebbe?”

Non tanto per decidere se buttarla, ma per capire perché è ancora lì.

Perché forse una casa non diventa più bella quando togliamo tutto ciò che non serve.

Diventa più nostra quando rimangono soprattutto le cose che abbiamo davvero scelto di tenere.

Le altre, molto spesso, sono semplicemente rimaste.

E magari il vero insegnamento di quella valigia che ogni estate cerchiamo disperatamente di chiudere è proprio questo:

per qualche giorno riusciamo a lasciare quasi tutto a casa.

E scopriamo che ciò che ci serve davvero…

occupa sorprendentemente poco spazio.