Che cosa significa “avere una casa”? Dipende da dove sei nato.

Ci sono cose che consideriamo talmente normali da non esserci mai chiesti se potrebbero funzionare diversamente.

La casa, per esempio.

In Italia il concetto è abbastanza semplice.

Compro una casa.

È mia.

Se tutto va bene, la pago per venti o trent’anni, la ristrutturo qualche volta, probabilmente litigo almeno una volta con il condominio e, un giorno, potrò venderla oppure lasciarla ai miei figli.

La casa rimane.

Siamo noi, semmai, a passare.

Talmente normale che facciamo fatica persino a immaginare che, da qualche altra parte del mondo, la stessa parola possa avere un significato diverso.

E invece è così.

Parecchio diverso.

Ho provato a curiosare un po’.

Quelli che seguono sono sistemi molto più complessi di come li racconterò. Ho volutamente semplificato, perché altrimenti questo articolo rischierebbe di trasformarsi in un corso accelerato di diritto immobiliare internazionale.

E non credo sia quello che desideriate leggere sotto l’ombrellone.

A me interessa soprattutto un’altra cosa.

Capire cosa intendiamo quando diciamo: “casa mia”.

Giappone: e se fosse normale sostituire una casa?

Partiamo dal Giappone.

Perché qui ho scoperto una cosa che inizialmente mi ha lasciato abbastanza perplesso.

Per decenni nel mercato immobiliare giapponese, soprattutto per quanto riguarda le abitazioni indipendenti, si è sviluppata una forte preferenza per il nuovo.

Talmente forte che una casa poteva perdere gran parte del valore attribuito alla costruzione nel giro di pochi decenni.

Attenzione.

Non significa che dopo trent’anni arrivino con la ruspa.

E nemmeno che una casa giapponese dopo trent’anni stia necessariamente cadendo a pezzi.

Significa qualcosa di più sottile.

Il terreno e la casa costruita sopra possono essere percepiti come due valori molto diversi.

Il terreno rimane.

L’edificio invecchia.

E, a un certo punto, può avere perfettamente senso sostituirlo.

Naturalmente ci sono molte ragioni.

Il Giappone è un Paese fortemente sismico, le tecniche costruttive e le normative antisismiche sono cambiate nel tempo e il mercato ha storicamente premiato molto gli edifici nuovi.

Il risultato, però, visto con i nostri occhi, è curioso.

Noi possiamo entrare in un appartamento costruito nel 1930 e dire:

“Bellissimo stabile d’epoca.”

Lì l’età dell’edificio può essere percepita in maniera completamente diversa.

E la cosa diventa ancora più interessante quando parliamo di condomini.

Perché, ovviamente, se possiedo un appartamento al settimo piano non posso decidere autonomamente che il mio palazzo ha fatto il suo tempo.

Nei condomini giapponesi esistono quindi procedure, maggioranze e sistemi economici che possono consentire di demolire e ricostruire l’intero edificio.

In alcuni casi l’operazione può essere finanziata anche costruendo più appartamenti rispetto a quelli esistenti e vendendo quelli aggiuntivi.

Chi partecipa può trasformare i propri vecchi diritti in quelli sul nuovo edificio.

Chi non vuole partecipare, quando vengono raggiunte le maggioranze previste, può invece essere liquidato economicamente secondo le procedure stabilite.

Sto semplificando parecchio.

Ma il concetto che mi interessa è questo:

persino un intero condominio può essere considerato qualcosa che, prima o poi, termina il proprio ciclo.

Provate a pensarlo a Milano.

Un palazzo del 1965.

Da noi probabilmente rifaremmo la facciata.

Poi il tetto.

Poi gli impianti.

Poi l’ascensore.

Poi nuovamente la facciata.

L’idea di base è:

il palazzo rimane.

Ed è già una prima differenza enorme.

Vienna: e se invece non avessi bisogno di possederla?

Cambiamo completamente scenario.

Andiamo a Vienna.

Qui la domanda non è quanto debba durare una casa.

È un’altra:

siamo sicuri che per sentirla “nostra” dobbiamo necessariamente possederla?

Per noi italiani la proprietà della casa ha un’importanza enorme.

Comprare casa rappresenta spesso un traguardo.

Una forma di sicurezza.

Qualcosa che rimarrà anche quando smetteremo di lavorare.

E magari qualcosa da lasciare ai figli.

A Vienna esiste invece una lunghissima tradizione di edilizia comunale e abitazioni cooperative.

Centinaia di migliaia di persone vivono in questo tipo di alloggi e la città utilizza da decenni questo enorme patrimonio anche per mantenere accessibile il costo dell’abitare.

Non significa che i viennesi non comprino case.

Naturalmente le comprano.

Significa però che vivere tutta la vita in una casa che non possiedi può essere culturalmente molto meno problematico di quanto lo sia per molti italiani.

E questa cosa mi fa riflettere.

Immaginiamo che qualcuno ci dicesse:

“Puoi avere una bella casa, in una bella zona, con un affitto sostenibile e sufficientemente tutelato da permetterti di viverci serenamente per tutta la vita.”

Ma non sarà mai tua.

Quanti di noi risponderebbero:

“Va benissimo così”?

E quanti invece, dopo qualche anno, comincerebbero a pensare:

“Però tutti questi soldi li sto dando a qualcun altro…”?

Non credo ci sia una risposta giusta.

C’è semplicemente un diverso modo di concepire la sicurezza.

Per qualcuno sicurezza significa:

questa casa è mia.

Per qualcun altro potrebbe significare:

so che potrò vivere qui serenamente anche se non lo è.

Sembrano quasi la stessa cosa.

Ma non lo sono affatto.

Stati Uniti: la casa mi piace. È il posto che non mi piace più.

E poi arriviamo negli Stati Uniti.

Qui potremmo sentirci nuovamente più a casa.

La proprietà privata è fortissima.

Una casa può essere posseduta, venduta e lasciata ai figli.

Ma in molte zone cambia il rapporto con la costruzione.

Le abitazioni indipendenti americane sono spesso realizzate con strutture più leggere rispetto a quelle alle quali siamo abituati noi.

Demolire una casa e ricostruirne un’altra sullo stesso terreno può quindi essere un’opzione perfettamente razionale.

In alcune zone esiste persino il fenomeno dei teardown: si compra una proprietà perché interessa soprattutto il terreno, si demolisce l’abitazione esistente e se ne costruisce una nuova.

Ma la cosa che mi ha sempre affascinato di più è un’altra.

Le case si possono anche spostare.

E qui posso dire di aver toccato la cosa con mano.

Ho un cliente californiano che oggi vive anche a Milano.

Parlando un giorno delle nostre diverse esperienze con le case, mi raccontò di averne posseduta una che gli piaceva.

Il problema era un altro.

Voleva un terreno più grande e preferiva un’altra zona.

La soluzione che aveva scelto?

Cambiare terreno.

E portarsi dietro la casa.

Non i mobili.

La casa.

L’edificio venne sollevato dalle proprie fondazioni, trasportato e riposizionato sul nuovo terreno.

Quando me lo raccontò, credo che la mia espressione fosse già sufficientemente esplicativa.

Gli chiesi se fosse una cosa normale negli Stati Uniti.

Non proprio.

Non è certamente qualcosa che gli americani fanno tutti i giorni.

Ma nemmeno, mi spiegò, qualcosa di inconcepibile.

È un’opzione che si può prendere in considerazione.

Ed è proprio questa frase che mi è rimasta impressa.

Perché credo racconti benissimo una differenza di mentalità.

Se a Milano mi dicessero:

“Mi piace moltissimo questa casa, peccato per la zona.”

potrei suggerire di cercarne un’altra.

Difficilmente risponderei:

“Nessun problema. Dove vuole portarla?”

E noi italiani?

Dopo aver girato un po’ il mondo possiamo tornare a casa.

E forse accorgerci che anche noi abbiamo una nostra particolarissima idea dell’abitare.

Per noi la casa è spesso molto più di un luogo.

È patrimonio.

È sicurezza.

È sacrificio.

È famiglia.

È qualcosa che compriamo oggi pensando già a ciò che rappresenterà tra venti o trent’anni.

E molto spesso anche a chi verrà dopo di noi.

“Almeno un giorno rimarrà ai ragazzi.”

Quante volte abbiamo sentito questa frase?

Probabilmente è anche per questo che abbiamo un rapporto così particolare con gli edifici vecchi.

Non necessariamente li consideriamo superati.

Li restauriamo.

Li trasformiamo.

Li adattiamo.

Un palazzo può avere cento anni e continuare tranquillamente a essere una delle abitazioni più desiderate della città.

Anzi.

A un certo punto smette persino di essere vecchio.

Diventa d’epoca.

Che è un modo decisamente elegante per invecchiare.

Ma allora qual è il sistema giusto?

Il nostro?

Quello giapponese?

Quello viennese?

Quello americano?

Non ne ho idea.

E forse è proprio questa la parte interessante.

Perché ognuno risponde a esigenze, storia e cultura differenti.

Possedere una casa per tutta la vita può dare una straordinaria sensazione di sicurezza.

Ma comporta anche immobilizzare una quantità enorme di denaro.

Vivere in affitto può dare maggiore libertà.

Ma per noi può significare non avere mai quella sensazione del “questo è mio”.

Conservare gli edifici significa preservare storia, memoria e risorse.

Ma qualche volta significa spendere enormi quantità di denaro per adattare continuamente costruzioni nate per un mondo che non esiste più.

Demolire e ricostruire permette di creare edifici più moderni ed efficienti.

Ma significa anche cancellare qualcosa.

Alla fine, forse, non esiste un modo giusto di intendere una casa.

Esiste quello al quale siamo abituati.

Ed è soltanto quando scopriamo che qualcuno, dall’altra parte del mondo, fa esattamente il contrario che cominciamo a farci qualche domanda.

E allora facciamo un gioco

Dimenticate per un momento come funziona in Italia.

Potete scegliere.

  1. Comprate una casa sapendo che probabilmente rimarrà lì per tutta la vostra vita e che un giorno potrete lasciarla ai vostri figli.
  2. Possedete il vostro immobile, ma accettate l’idea che l’edificio nel quale si trova possa un giorno terminare il proprio ciclo ed essere sostituito da uno nuovo.
  3. Non comprate nulla. Avete però una bella casa, un costo sostenibile e la ragionevole sicurezza di poterci vivere per tutta la vita.
  4. Comprate terreno e casa, ma considerate l’edificio qualcosa che può essere trasformato, sostituito e, perché no, in qualche caso persino spostato.

Quale scegliete?

Io una risposta ce l’ho.

Ma la cosa più interessante non è quale lettera avete scelto.

È perché avete scelto proprio quella.

Perché forse la nostra idea di casa non dipende soltanto da quanto guadagniamo, da dove viviamo o da quanti metri quadrati possiamo permetterci.

Dipende da quello che cerchiamo.

Stabilità.

Libertà.

Patrimonio.

Sicurezza.

Radici.

E forse, alla fine, quando diciamo “casa mia”, stiamo parlando molto meno di muri di quanto pensiamo.